Un uomo vedovo è rimasto seduto da solo a un matrimonio finché tre bambine non gli hanno sussurrato: “Fai finta di essere nostro padre, così la nostra mamma non resterà seduta da sola”. Quello che era iniziato come un favore è diventato la famiglia che non aveva mai pianificato.
Vicino al bancone c’era una donna con un abito rosso intenso, elegante nella sua semplicità, con maniche lunghe e scollatura sobria, il tessuto scelto per non attirare l’attenzione, ma in qualche modo per fare proprio questo. Teneva un bicchiere di vino come uno scudo, con una postura composta, spalle squadrate, un sorriso studiato alla perfezione che però non le arrivava mai agli occhi.
“Quella è nostra madre”, sussurrò la prima ragazza. “Si chiama Evelyn Carter.”
“Lavora in ospedale”, disse la seconda. “Fa molti turni lunghi.”
“Lei continua a leggerci anche quando riesce a malapena a tenere gli occhi aperti”, aggiunse dolcemente il terzo. “Nessuno le parla alle feste.”
Come se fosse stata spinta dal peso di essere osservata, Evelyn si voltò. Il suo sguardo si posò sulle figlie in piedi accanto a uno sconosciuto, e la sua espressione passò rapidamente dalla sorpresa all’allarme, fino a una familiare rassegnazione che suggeriva che non fosse la prima situazione inaspettata che le veniva chiesto di gestire da sola.
Posò il bicchiere e si avvicinò, i tacchi che risuonavano sul pavimento come il ticchettio di un orologio.
Jonathan aveva quindici secondi per decidere.
Pensò a Mara, a come gli diceva che sopravvivere non era la stessa cosa che vivere, e che anche il più piccolo balzo verso la gioia contava comunque come coraggio. Guardò le ragazze, la fragile speranza scritta a chiare lettere sui loro volti identici.
“Va bene”, disse a bassa voce. “Ma ho bisogno dei vostri nomi.”
I loro volti si illuminarono come se qualcuno avesse acceso il lampadario più luminoso della stanza.
“Sono Lily”, disse la prima.
“Sono Nora”, disse la seconda.
«E io sono June», sussurrò la terza, asciugandosi la guancia con il dorso della mano.
Un’introduzione non pianificata
Evelyn si fermò al tavolo con un tono cortese e cortese.
“Ragazze, mi dispiace tanto, signore. Spero che non vi abbiano disturbato.”
Da vicino, Jonathan notò le lievi linee di stanchezza agli angoli dei suoi occhi, e il modo in cui la sua compostezza era meno legata alla sicurezza e più alla resistenza.
“Non l’hanno fatto”, rispose, alzandosi in piedi come gli aveva insegnato sua madre. “In realtà, mi stavano solo convincendo a sedermi accanto a te. Essere soli ai matrimoni può essere… pesante.”
Evelyn esitò, un’espressione di speranza le attraversò il viso prima che lei la soffocasse.