“Raccoglilo subito da terra!”, urlò il direttore alla cameriera, ma l’intero ristorante si fermò quando la donna si tolse il grembiule e disse: “Sei licenziata”.
All’interno del Le Ciel, il tempo sembrò fermarsi. Il tintinnio delle posate si spense in un silenzio inquietante. Le luci che un tempo si riflettevano calde su dettagli dorati e cristalli improvvisamente divennero fredde, come silenziose testimoni di qualcosa che tutti fingevano di non vedere.
La bistecca di Wagyu giaceva sul pavimento. Il piatto era in frantumi. La salsa rossa si era diffusa all’esterno, macchiando il marmo come una ferita.
Tutti gli occhi erano puntati su Mia.
Investitori in abiti su misura. Donne adornate di diamanti. Chef che osservano da dietro la parete a specchio. Cameriere paralizzate dalla paura ai margini della sala.
Mia si inginocchiò.
Il signor Gozon sorrise.
“Bene?” borbottò bruscamente. “Sbrigati. Non far perdere tempo ai miei ospiti.”
Mia inspirò profondamente. Le sue mani toccarono il pavimento, tremando. Le lacrime le rigarono le guance, ma qualcosa dentro di lei si mosse, come se una porta chiusa da tempo avesse iniziato ad aprirsi.
Non allungò la mano verso la carne.
Invece si alzò.
Un passo. Poi un altro. La sua schiena si raddrizzò. Il suo mento si sollevò.
L’espressione del signor Gozon si oscurò. “Cosa credi di fare?”
Mia non disse nulla. Si slacciò lentamente il grembiule dalla vita, senza rabbia, senza fretta, e lo posò delicatamente sul piatto rotto.
Un mormorio di sussurri si diffuse nella sala da pranzo.
“Cos’è questo?” sibilò Gozon. “Hai perso la testa?”
Mia incontrò il suo sguardo. Per la prima volta da quando era entrata a Le Ciel, non si inchinò. Non sussultò.